Diversamente Danzanti
Siamo tutti diversamente abili nel movimento (Alain Goussot)
Il laboratorio Diversamente Danzanti, guidato da Isabella Piva con Antonella Guidi, è la punta di diamante del progetto La danza come arte aperta a tutti, perché i danzatori con disabilità sono i maestri inconsapevoli della nostra danza. Spesso la loro disabilità si trasforma in una diversa abilità capace di insegnare senza retorica il tempo lento, il valore della differenza, il ritmo spezzato, lo squilibrio, i piccoli gesti, lo stare nell’essere e non nel mostrare, la gioia.

A me hanno insegnato a cercare oltre la forma gli elementi costitutivi della danza: la purezza, la necessità, il mistero e il ritmo. Una nuova estetica, come l’ha definita Gillian Hobart. Inoltre questo titolo, diversamente danzanti, definisce anche con ironia e puntualità il nostro status di fuoriusciti dall’establishment della danza.

L’avverbio “diversamente” pone l’enfasi sulle differenze nell’uso delle abilità, “danzanti” sottolinea una qualità inerente a tutti i corpi. Un gioco di parole per dire che attraverso il Metodo Hobart si raggiunge l’obiettivo comune a qualsiasi ricerca artistica, creare valore.

Diversamente danzanti rimanda provocatoriamente a diversamente abili, una espressione contestata nel campo della disabilità, perché considerata troppo politically correct, paternalistica e buonista. Il termine usato dalla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità dell’Onu, diventato standard internazionale, è persona con disabilità. Ad ogni modo anche quando l’intenzione è buona, l’uso di alcune parole rispetto ad altre può tradire uno schema mentale e alimentare discussioni animose. Mito di Babele!

Claudio Imprudente, scrittore e giornalista con disabilità complessa, che da molti anni porta avanti una riflessione filosofica e sociale, la considera un’espressione capace di cambiare l’immagine comune della persona con disabilità e di scatenare a riguardo riflessioni e dibattiti.
L’inventore di “diversamente abile” afferma su Superabile magazine, nonostante questa parola contenga in sé una piccola ipocrisia, che tende a mettere completamente in secondo piano il deficit, credo resti ancora fondamentale con il senso per cui è nata: una semplice provocazione che ci mette in grado di aprirci a prospettive e reazioni ulteriori.

Mi piace molto questa riflessione di Imprudente, perché parlando di disabilità sento la necessità di trovare parole capaci di aprirmi a nuove prospettive e, soprattutto, di continuare a chiedermi a che punto sono io nella relazione con l’altro dentro e fuori di me.

Ogni corpo, anche se ferito, anche se menomato, anche se disabile (o diversamente abile e perciò diversamente danzante) — scrive Alessandro Pontremoli nella sua introduzione al libro Il corpo pensante, la mente danzante. Dialogo sul Metodo Hobart— è un corpo in relazione, che si dà alla coscienza rappresentativa, situata in un corpo Altro, che lo sorprende a partire da un punto di vista continuamente trasceso nel movimento di spostamento prospettico.

Il rapporto tra arte e disabilità diventa sempre di maggior attualità, una diade indagata da prospettive pluridisciplinari, soprattutto oggi che, mettere in scena il corpo diversamente abile, è diventato un seduttivo imperativo alla moda.

L’arte, per sua natura, esplora il valore salvifico della bellezza generata dalla fragilità; la danza, madre di tutte le arti, è indissolubilmente legata al corpo senza vanità. L’imperfezione diventa una necessità generativa di quella bellezza che, forse, salverà il mondo. La nuova estetica, concettualizzata da Gillian Hobart, esprime il desiderio di guardare la disabilità come un mistero umanissimo per ascoltare e leggere i codici comunicativi plurimi.
Noi vogliamo stare alla larga dall’utilizzo terapeutico della danza, come talvolta avviene in realtà connotate dal paradigma socio-educativo.

Il movimento danzato è diventato per noi una risorsa per dialogare con l’unicità guidati dalle parole chiave del Metodo: relazione, rispetto, contatto, ritmo.

Attraverso l’attività laboratoriale e le uscite con il collettivo Diversamente Danzanti stiamo costruendo una possibile triangolazione tra il linguaggio artistico, la disabilità e il volontariato. Da questa esperienza in continuo divenire emerge la possibilità che il percorso sperimentale — secondo il Metodo Hobart — possa alleggerire il peso della fragilità, grazie ad un sistema di relazioni che sta coinvolgendo, accanto ai giovani, le loro famiglie, gli educatori dei servizi dedicati, le persone che collaborano come volontari, i protagonisti della scena artistica del territorio, i contesti culturali pubblici (teatri, musei, gallerie d’arte). Una rete sulla quale diventa possibile sostenere i legami umani per rivelare il miracolo dell’unicità.

Una sfida tesa a comprendere una molteplicità di esperienze e di linguaggi — danza, musica, fotografia, video, poesia, performance, disegno, teatro, scrittura — per liberare le energie comunicative e relazionali. Un percorso costellato di mistero e di bellezza, che genera domande più che fornire risposte e che apre lo sguardo a una nuova estetica.

Il reportage di Dorin Mihai documenta il laboratorio del 21 marzo alla Casa del Teatro e della Danza in occasione dello special tutorial di Gillian Hobart per la Scuola di Formazione Metodo Hobart. Sono immagini che rivelano e sospendono in un virtuale stillness i corpi e i visi dei nostri danzatori e delle nostre danzatrici impegnati nel processo importantissimo di tirare fuori delle cose…
Claudio Gasparotto









