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Esperienze

COLLETTIVO DIVERSAMENTE DANZANTI

laboratorio di movimento danzato secondo il Metodo Hobart


laboratorio di movimento danzato secondo il Metodo Hobart

ph. Ilaria Amodio

Da qualche mese frequento il laboratorio di movimento danzato Diversamente Danzanti, un’esperienza per vedere le cose da una prospettiva diversa. Fin dal primo incontro è stato come entrare in un mondo sospeso dove non sembra esservi un’età precisa o un tempo definito — quello scandito a cui siamo abituati nel quotidiano — perché qui è un’altra marea che governa il mondo, un’altra legge. Forse non siamo abituati a riconoscere questa lettura perché non è ciò che corrisponde al tipo di società che abbiamo costruito.

Mi piace che la danza sciolga la cortina di etichette che ci vengono cucite addosso e restiamo solo noi, scalzi, con le nostre contraddizioni e complessità ad abitarci. Alla Casa del Teatro e della Danza a Viserba, dunque, ci ritroviamo scalzi e in cerchio. Scalzi affinché i nostri piedi sentano la terra che ci sostiene, in cerchio perché in esso non vi sono gerarchie, così tutti partecipiamo senza sovrapposizioni. Il cerchio non ha un inizio né una fine; esso ci rimanda alla ciclicità delle cose, quelle che si ripetono in natura a partire dalle stagioni, le fasi lunari, la rotazione della terra stessa. Ma il cerchio ci porta anche a guardare dentro le cose seguendo un processo di escavazione, precisamente scavando nei nostri sguardi e vissuti.

E se provassimo a entrare nel mondo dell’altro? Una volta che ci siamo tolti le scarpe e ci siamo presi per mano guardandoci negli occhi, se provassimo a svestirci delle nostre radici per un momento e indossassimo quelle altrui? È una faccenda assai rischiosa questa, perché mettersi nei panni dell’altro è sempre un atto che ci espone e potrebbe renderci vulnerabili, tanto più se davanti a noi abbiamo una persona con una disabilità. Magari non sai bene quale tipo di approccio avere. E soprattutto, quanto conviene mettersi nei panni dell’altro, quale prezzo richiede l’empatia oggi giorno? Questa è una domanda che lasciamo aperta affinché ognuno possa scavare la propria risposta o non risposta.

Tornando al laboratorio di movimento danzato Metodo Hobart del Collettivo Diversamente Danzanti, se smontiamo la sottile rete di domande ci ritroviamo ad abitare un tempo e uno spazio che non siamo soliti attraversare. Qui il tempo si dilata, le lancette dell’orologio scorrono in altro modo, non conta avere particolari requisiti per danzare, anzi il movimento è qualcosa di estremamente unico e personale. Così nel laboratorio riscopro un campo vasto, sconfinato, fatto di molteplici sfumature e trame che lo attraversano. Percepisco che c’è un mistero immenso dietro a una differente abilità, motivo per cui nemmeno la scienza ancora ha una parola per spiegare tutto. Percepisco che il mistero è complesso da abitare per chi vi sta intorno, genitori in primis e che ogni realtà è diversa, ogni vissuto un mondo a sé. E grazie tante, tutti siamo diversi.

Ma quello che scopro in questi ragazzi, attraverso i laboratori secondo il Metodo Hobart, è la diversità nella diversità: un mondo vario da conoscere che ribalta la nostra prospettiva. Noto che M. L. ha una peculiarità che non ho mai visto prima; il modo in cui esplora le mani e dita altrui, come a voler afferrare la vita stessa, comunica “sono qui”; perché la nostra comunicazione non consta solo di parole, spesso dimentichiamo che ci sono altri linguaggi, anche se la parola rimane dominante nella nostra società.

Partecipando ai laboratori, in qualche modo inizio a sentirmi più leggera. Nessuno giudica il modo di danzare altrui. Non ci sono canoni da seguire, non ci sono leggi univoche. Si risponde solo al proprio passo, come accennato prima, il gesto è qualcosa di strettamente personale.

Isabella Piva, insegnante/educatrice Metodo Hobart, indirizza il Collettivo, un po’ come a lanciare un sassolino in un lago: così si smuovono le acque, si creano tanti piccoli — grandi cerchi. Si prova a sentire il proprio movimento e ritmo senza inseguire figure o forme rigide, strutturate. Il movimento deve essere naturale, mai forzato, un po’ come quando un fiore ricerca l’acqua e il sole. Un’immagine mi si apre davanti: forse il mistero di cui si parlava prima è quello dove più dimora l’unicità.

Ilaria Amodio

ph. Ilaria Amodio