Vita e pensiero di Tsunesaburo Makiguchi
Tsunesaburo Makiguchi, educatore riformista, scrittore e filosofo che nel 1930 fondò la Soka Kyoiku Gakkai (Società Educativa per la Creazione di Valore), antesignana della Soka Gakkai, non è ancora molto conosciuto in Italia, ma la sua teoria sulla creazione di valore apporta comunque un notevole contributo al dibattito sulla mancanza di valori e sul ruolo determinante dell’educazione nella realizzazione di una società migliore.
Nel suo ruolo di insegnante si sforzò di introdurre un approccio umanistico all’educazione incentrato sulla figura dello studente. Fu costretto a ritirarsi precocemente dalla professione a causa della sua impavida opposizione alle pratiche educative basate sulla coercizione e sulla corruzione. In seguito venne imprigionato per essersi opposto alle politiche del regime militarista giapponese e morì in carcere di stenti all’età di settantatré anni.
Recentemente le sue teorie pedagogiche sono diventate oggetto di crescente interesse internazionale, molti pedagogisti, filosofi e docenti universitari sono stati attratti dalle sue idee in campo educativo.

Filosofo della vita quotidiana, uomo pratico, come amava definirsi per distanziarsi dai teorici, Tsunesaburo Makiguchi è uno sperimentale, nell’accezione scientifica del termine, con un grande interesse per la pedagogia. Osserva e analizza la vita, ne studia le esigenze individuali, il rapporto con la società e con l’ambiente circostante. In primis si dedica alla geografia animato dal grande entusiasmo che avevano suscitato in lui la sociologia e l’antropologia. La sua analisi è una ricerca delle relazioni esistenti tra il carattere di un individuo o di una comunità e l’ambiente in cui essi si sviluppano, non una descrizione del mondo da un punto di vista fisico.
Seguendo il suo metodo da scienziato sperimentale — basandosi sull’osservazione e l’analisi sistematica di quello che la gente desidera nella vita, e non su teorie astratte — scopre che il desiderio innato dell’essere umano è il raggiungimento della felicità. Il suo obiettivo diventa quello di insegnare come realizzare la propria felicità, poiché è convinto che l’educazione debba partire dalle aspirazioni della gente.
In quel periodo il dibattito nipponico era sulle caratteristiche che la pedagogia doveva formare per costruire l’individuo-tipo del Giappone moderno, suddito o libero cittadino? Formare degli automi privi di senso critico pronti a obbedire o delle persone creative con spirito d’iniziativa e coscienti di sé?

Per Makiguchi la risposta era che filosofia e filosofia dell’educazione diventassero un’unica cosa: creazione di valore. Ma la teoria sulla creazione di valore non poteva essere compresa neanche in minima parte senza una corretta comprensione del concetto di valore. Per questa ragione cercò di esplicitare cosa intendeva con valore mettendolo in opposizione con verità. Nel Soka Kyoikugaku Taikei, la sua opera maggiore, le parole “so”, che significa creazione, e “ka”, che significa valore, formano un’unica parola, un concetto chiave, perché creazione di valore è parte integrante di ciò che significa essere umani. Gli esseri umani non hanno la capacità di creare la materia, ma possono creare valore. Nella creazione di valore risiede l’unico senso della vita umana, un circolo virtuoso.

Qui di seguito alcuni estratti della sua teoria presi dal Soka Kyoikugaku Taikei (Sistema pedagogico per la creazione di valore) e dal Kachiron (La filosofia del valore) per cercare di entrare nel concetto di valore opposto a verità:
(…) Nel corso del tempo, molti filosofi hanno classificato la verità come una forma di valore teorico, o come un elemento all’interno di un continuum composto da verità, bene e bellezza. Questo tipo di approccio, tuttavia, dà troppe cose per scontate, impedendoci di chiarire sia il concetto di valore che quello di verità. Un esame fenomenologico dei processi psicologici di cognizione e valutazione, distinti fra loro, dimostrerà la totale diversità dei due criteri di verità e valore. Occorre però abbattere l’ordine indiscusso dei principi di verità, bene e bellezza, finora accettato in filosofia, prima di costruire un nuovo e più efficace modello esplicativo. Consideriamo dunque la possibilità di stabilire un sistema che ci fornisca i criteri per valutare e stabilire dei valori, proprio come la struttura concettuale della logica già ci offre delle regole attraverso cui riconoscere la verità. (…)
Nel cercare la verità noi isoliamo, tra le miriadi di oggetti che esistono nell’universo, gli elementi comuni o le qualità universali, mentre con il valore tentiamo di individuare le particolari caratteristiche che differenziano alcuni oggetti da tutti gli altri in relazione alla nostra vita e a quella della comunità. Così l’espressione delle cose come sono viene riconosciuta come dato di fatto o verità, mentre l’espressione della relazione tra l’io e l’oggetto costituisce il valore. Quest’ultimo assume il carattere di un legame emozionale che unisce l’oggetto alla vita di un individuo. Diversificandosi totalmente dalla verità, che identifica le qualità essenziali dell’oggetto, il valore è la misura della sua utilità per colui che lo valuta. Gli esseri umani non si curano di ciò con cui non hanno rapporto. Solo le cose che hanno qualche effetto su di noi richiedono una chiara consapevolezza: più sono importanti nella nostra vita meno possiamo permetterci di ignorarle. (…)
La cognizione della verità è una proposizione affermativo-negativa: questo è vero e quello è falso, senza compromessi. La determinazione del valore è per contro, totalmente relativa: questo ci sembra appropriato e quello inappropriato secondo il nostro punto di vista, senza pretendere di scoprirne la vera identità. La verità non varia con il mutare del tempo e delle persone, mentre i valori non possono essere separati dall’individuo: la differenza, in termini umani, non potrebbe essere più grande. La verità non può essere creata, possiamo soltanto rivelare ciò che è già latente in natura. Possiamo, invece, creare valore, anzi il valore esiste per essere prodotto.
Quando parliamo di creazione ci riferiamo a quel processo che frugando tra gli elementi già esistenti in natura, consente di portare alla luce tutto ciò che ha una relazione con la vita umana e di valutare e potenziare le relazioni così individuate tramite l’intervento umano. La creazione, quindi, rielabora l’ordine già esistente in natura per produrne un altro particolarmente vantaggioso per l’umanità. Dunque la creazione si applica solo al valore e non alla verità, poiché la verità si ferma al momento della scoperta. Ovviamente, può anche capitarci di scoprire il valore, dare rilievo a cose che non erano mai state notate prima, e renderle evidenti, è un atto di scoperta e non di creazione. Ma quando qualcuno correla cose inizialmente prive di un legame con il progresso umano, o sviluppa ciò che altri hanno fatto in questa direzione, allora stiamo parlando di invenzione, di ideazione, di creazione. Persino da questa breve analisi dovrebbe risultare chiaro che la verità non deve essere confusa con il valore e viceversa. (…)
La verità richiede una prova. A dispetto di tutte le possibili spiegazioni, per quanto numerose ed eloquenti, senza una prova concreta non si può parlare di verità. La correttezza di una proposizione deve inoltre essere provata attraverso esami attenti e razionali, non in base alle nostre sensazioni. Studi appropriati, come implica lo stesso termine, devono essere liberi da inclinazioni emotive, da simpatie e da antipatie, pena la perdita dell’obiettività.
Contrariamente all’opinione largamente diffusa che la lotta per la verità sia parte della natura umana, la verità pura e semplice non è di alcun valore per la gente. I tre principi filosofici di verità, bene e bellezza risultano inadeguati quando la verità si dimostra indifferente al valore. D’altra parte i concetti di bene e di bellezza non rientrano nella stessa categoria del concetto di verità. I giudizi di valore non ci avvicinano in alcun modo alla realtà essenziale, mentre la verità è, per definizione, un concetto che arriva all’essenza. È difficile, a questo punto, trovare altre parole che possono aiutarci a definire ciò che è la verità: possiamo soltanto percepirla tramite l’intuizione. Dietro il valore si cela, invece, la relazione tra soggetto e oggetto, e ciò richiede ulteriori considerazioni. Il valore non può essere verificato tramite un’attività razionale. L’intensità della relazione tra soggetto e oggetto, che quantifica il valore, deve essere esaminata attraverso l’esperienza concreta. Solo così possiamo sapere con precisione quanto un dato oggetto ci interessa.
Non vedo nulla di più insidioso, nel mondo di oggi, della confusione tra verità e valore, tra cognizione e valutazione. Mescolare i due concetti impoverisce una reale comprensione delle cose e impedisce alle persone di assumere un atteggiamento lucido e responsabile verso le loro stesse scelte. (…) c’è chi afferma che la moralità possa esser regolamentata, o che l’enunciazione ufficiale dei precetti educativi sia sufficiente a promuovere concretamente l’istruzione. Ma, se manca la comprensione, regole e principi non sono altro che vuote e ipocriti formalità. I giudizi di valore sono in tutto e per tutto conseguenti alla comprensione dei fatti. La distinzione è fondamentale, specialmente nel campo dell’educazione. Ciò non significa che non dobbiamo basarci su dei precetti educativi, ma soltanto che dobbiamo conoscerli bene prima di attribuir loro una così grande importanza. La cieca obbedienza non lascia via d’uscita e, soprattutto, non ci consente di aumentare il nostro bagaglio di conoscenze.
(…) Ma laddove la cognizione determina la verità, analizzando attentamente le contraddizioni, le incoerenze e le impossibilità, la valutazione soppesa il valore sulla bilancia della relatività, della complementarità e dell’opposizione. Inutile dire che i due processi sono in continua interazione. Ciò nonostante la gente tende a confondere cognizione e valutazione, e spesso, dal momento che oggetti e situazioni si presentano nella loro unità e complessità, la valutazione prende il posto della cognizione, o sì basa su una cognizione inesatta. Ecco perché molti dottori e avvocati si preoccupano in modo eccessivo di costruirsi un’immagine elegante e ben curata, dato che i clienti li giudicano più per le apparenze che per le loro capacità effettive. Analogamente, l’abbigliamento stravagante e alla moda di una ragazza può dimostrare quanto essa si preoccupi del giudizio di chi la guarda. Simili squilibri tra cognizione e valutazione non devono però indurci a eliminare del tutto la seconda. Se è vero, come credo, che la cognizione e la valutazione sono gli unici strumenti che abbiamo per rapportarci al mondo esterno, sarebbe assurdo voler scartare l’uno o l’altro. Dobbiamo adoperarli entrambi per ottenere l’immagine più completa e precisa possibile.(…) Dobbiamo sperimentare, ma dobbiamo anche saper interagire. Se davvero vogliamo imparare tutto ciò che c’è da sapere sul mondo spirituale e fisico, dobbiamo sviluppare una piena e armoniosa cooperazione tra esperienza e interazione, altrimenti rischieremo di esser fuorviati dai pregiudizi.
Ma l’apprendimento svolge comunque un ruolo primario nella vita quotidiana. Una vita senza cultura è una vita che brancola nel buio. Allo stesso tempo, la cultura separata dalla vita è vuota teoria: dobbiamo verificare attraverso l’esperienza le nostre nozioni, soprattutto quando non provengono da un’indagine personale diretta. Occorre, allora, fare un salto di intuizione e spostare lo sguardo dagli scarsi dettagli a noi familiari verso un’immagine più completa. L’apprendimento implica sempre una nuova esperienza, altrimenti le attività mentali sarebbero confinate entro i limiti della memoria. In ultima analisi, dobbiamo sempre essere aperti a nuove spiegazioni e a nuove esperienze, se davvero vogliamo vivere e imparare. Il rimanere fermi, testardamente, sulle proprie acquisizioni, senza volerne ricavare una legge astratta, è un errore molto comune fra gli ignoranti. Ma è altrettanto sbagliato aggrapparsi a teorie basate su conoscenze parziali, evitando di sperimentarle praticamente. In realtà, non possiamo essere davvero sicuri d’aver scoperto la vera essenza di un dato problema, o di un dato fenomeno, se non otteniamo ripetute conferme. Solo allora la cognizione acquisterà l’aspetto globale ed esaustivo della comprensione. Forse è questo il più grande paradosso: dobbiamo ripetere e rivivere la nostra esperienza in circostanze continuamente diverse per esser certi di avere afferrato la verità costante che la sottende. Dobbiamo verificare le cose più volte, in modi differenti, per capire fino in fondo perché si manifestano sempre allo stesso modo. (…)

Per Makiguchi l’educazione ha una funzione rivoluzionaria nel processo di autodeterminazione per la realizzazione delle proprie potenzialità nel processo di creazione di valore. A questo proposito scrisse: Man mano che le masse prendono coscienza del loro diritto al potere, finora negatogli, e dell’inutilità dell’isolamento possono unire i loro sforzi verso la liberazione dalla precedente schiavitù. Il motore che ci ha condotto così lontano nell’acquisizione di una coscienza sociale è certamente l’educazione. Di conseguenza, anche nel futuro, sarà l’educazione a fornirci la guida necessaria. Ogni categoria sociale, governanti e governati, capitalisti e classi operaie, deve, ora più che mai, riconoscere il valore della cultura per superare le illusioni dell’individualismo.

Chi era Tsunesaburo Makiguchi? Qual’è il fulcro della sua teoria? Due domande per riflettere sul pensiero, le idee, la pedagogia della felicità di un uomo che ha innescato il processo spirituale della rivoluzione umana a partire dal Buddismo di Nichiren Daishonin e che rappresenta l’humus filosofico del mio contributo al Progetto La danza come arte aperta a tutti. Un pensiero rivoluzionario che orienta lo spirito di ricerca e incoraggia la tensione all’auto miglioramento: educazione per la libertà, educazione per la felicità, che non è solo benessere, salute, onestà, fama e potere, non è da intendersi come un qualcosa di fisso da raggiungere, ma come un continuo processo di sviluppo.
Claudio Gasparotto
