traduzione italiana a cura di Gianfranco Bellucci
Finalmente è uscita per i tipi di Argalìa Editore la versione in italiano di uno dei più antichi trattati di danza, Orchesographie, grazie al prezioso lavoro di Gianfranco Bellucci. Ora possiamo dire, citando il titolo di un programma della Radiotelevisione Svizzera: Orchesografia, ovvero la danza per tutti!


Pubblicata per la prima volta a Langres, nel 1589, Orchesographie, opera di Thoinot Arbeau, anagramma di Jehan Tabourot, è un lungo dialogo tra l’autore e il giovane allievo Capriol, suo alter ego. Il titolo originale recitava Orchesographie: Traité en forme de dialogue par lequel toutes personnes peuvent facilement apprendre et pratiquer l’honnête exercice des danses.
Attraverso questo tangibile contributo, la danza francese ha conosciuto una svolta cruciale, con la separazione netta e definitiva tra quella popolare — legata ancora ai culti, alle feste, ai riti — e quella “misurata” che iniziava così a fissare delle regole usando un lessico specialistico, degno di quest’arte.
Jehan Tabourot proveniva da una nutrita famiglia di intraprendenti notabili della buona borghesia di Digione che, per nobilitare il proprio nome tendendo all’aristocrazia, si erano dedicati allo studio e al sapere, con eccellenti risultati nelle lettere, nelle scienze matematiche, nella magistratura, nella carriera ecclesiastica e nella musica. Laureatosi in diritto civile e canonico, Jehan diventerà canonico-prete della cattedrale di Langres, di cui sarà maestro di cappella, intendente del coro, responsabile delle scuole di musica della diocesi e persino architetto. Inoltre, introdurrà e animerà anche la prima tipografia della città.
Orchesografia, l’opera per cui è tuttora famoso e celebrato, Arbeau/Tabourot l’ha scritta a quasi settant’anni, nel ricordo della sua felice giovinezza quando ha praticato un vasto repertorio di danze in cui coesistevano quelle a lui anteriori e quelle contemporanee, introducendovi un notevole e ingegnoso tentativo tecnico-didattico di codificare i movimenti delle danze in accordo con la partizione musicale per cui molto spesso nelle intavolature ha usato — ed è la prima volta — il pentagramma in verticale, dall’alto in basso, per indicare i singoli passi da eseguire o delle determinate sequenze rispetto alla notazione.




La prima parte dell’opera è riservata alle avvertenze d’insieme, agli strumenti musicali (flauto, pifferi, tromba, tamburi, tamburini) e alla danza «guerriera», mentre la seconda — che termina comunque con la descrizione di una danza armata simulata — viene tutta dedicata a quella «ricreativa», studiata più nel dettaglio attraverso un diligente approccio che coniuga terminologia passi gesti e musica. Codici che si trasformano in emozioni, le quali sono per natura intrinseche alla condizione umana in quanto non c’è individuo che non le provi.


Il trattato ha speciale importanza anche riguardo alla musica. Contiene la notazione di melodie — una delle quali accompagnata da parole (Belle qui tiens ma vie, una pavana in quattro parti) — oltre a teorie, considerazioni estetiche, istruzioni, cenni storici e xilografie illustrative. Per quanto riguarda la notazione delle melodie vi sono descritti nei dettagli, con l’ausilio di disegni e annotazioni musicali, i passi di molte danze, quali allemanda, bassadanza, canario, corrente, gagliarda, gavotta, moresca, pavana, pavana di Spagna e volta, oltre a ventitré varietà di branles, probabilmente le danze popolari più antiche.


La traduzione di Orchesografia, che già di per sé rappresenta una fonte preziosissima di notizie e di esempi pratici sulle danze e musiche in uso al tempo di Arbeau, è corredata da una ricca sequenza di note, risultato di una lunga e certosina ricerca da parte di Gianfranco Bellucci, con riferimenti storici anche ai trattatisti italiani (Domenico da Piacenza, Antonio Cornazano, Guglielmo Ebreo da Pesaro, Fabrizio Caroso, Cesare Negri) che hanno preceduto, affiancato o appena seguito la monografia francese, così da offrire una luminosa prospettiva culturale e sociale della danza che nel XVI secolo era un’arte del tutto italiana, sia nella pratica sia nella teoria.


