LA VERITÀ DELLA DANZA
La danza non è vita, ma mantiene in vita tutte le piccole cose di cui la grande cosa è composta.
La danza non è vita, ma mantiene in vita tutte le piccole cose di cui la grande cosa è composta.
Mats Ek
La danza è, tra le nostre funzioni, quella che si può più logicamente qualificare come divina. La danza è come la messa di tutti i popoli primitivi e può essere un omaggio istintivo… all’ordine dell’universo.
Élie Faure
La danza, probabilmente, è nata con la vita, perché la esprime con un omaggio istintivo e universale; poi nel tempo si è strutturata e trasformata in relazione ai vari contesti sociali e, in ambito teatrale, grazie alla creatività dei suoi autori ha anticipato o accompagnato tutti i movimenti artistici e culturali. Il suo linguaggio silenzioso rappresenta da sempre la prova concreta più eloquente e visibile dell’invisibile.

In origine svolgeva un ruolo sociale — una funzione politica — per significare i passaggi della natura, per celebrare e festeggiare gli avvenimenti salienti dell’esistenza e della polis. Nel migliore dei casi questo patrimonio rimane materiale di studio e conserva ancora un valore profondo per chi pratica e ama l’arte della danza. Soprattutto nei popoli danzanti — nel mondo africano, arabo e in tutto l’Oriente — resiste una vicinanza maggiore tra la gente e la danza. Forse perché culturalmente il binomio corpo/mente è ancora vissuto come unità.
È innegabile che la cultura del movimento costituisce un viaggio interiore necessario all’unità corpo/mente, oggi più di ieri e ancor più per noi occidentali, che, spesso, vediamo questa unità spezzata per inseguire un sistema che privilegia il consumismo del tutto subito: una cultura ingannevole, che deforma le identità, interrompe il processo di auto miglioramento e devia l’attenzione dallo spirito di ricerca con la propaganda del corpo icona.
Anche la spettacolarizzazione del corpo non riesce a rispondere al bisogno della gente di riscoprirsi attraverso il movimento, inoltre le varie proposte terapeutiche, di benessere e di energia universale, non sono sufficienti a far fronte all’urgenza di dare dignità al corpo e al valore della sua unicità.

La danza ha bisogno di verità, non di retorica. Di autenticità, non di stile. Di unicità, non di omologazione. Deve distinguersi in modo radicale dallo sport, dalla terapia, dalla moda, dall’intrattenimento. Deve abbandonare l’estetismo imbarazzante e gli standard tecnici da fenomeno. Non deve cedere all’estetismo e alla commercializzazione del corpo. Non deve tradire l’etica, la deontologia e l’educazione. In questa direzione diventa importante aprirsi alle popolazioni fragili per trasformare l’estetica — lasciarsi guidare dalla loro influenza — verso una nuova estetica la cui caratteristica principale rappresenta un fondamento umano capace di creare un senso di unità.

Praticare la danza, alla fine dei conti, significa seguire l’impulso del desiderio, accettare se stessi, accogliere gli altri così come sono, senza giudizio, entrando in una relazione corpo a corpo per trasformare il proprio punto di vista. Significa anche entrare in contatto, onestamente, con la sorgente di gioia che risiede, a volte sepolta, nella profondità del corpo per scoprire che la vita è gioia.

Questo straordinario coinvolgimento spirituale poggia sul silenzio: dire non equivale a fare. Anche la parola, ovviamente, gioca un ruolo importante, ma mai nel senso della lezione frontale. L’insegnamento della danza si basa essenzialmente sul movimento, sull’esempio e sull’osservazione, predilige l’interiorità e induce al rispetto reciproco.
Anche la ripetizione degli stessi gesti ha un valore e costituisce una sorta di imitazione di se stessi, una interiorizzazione che ci guida alla scoperta dell’io profondo. Inoltre possiamo cogliere in questo modo le qualità che la ripetizione fa emergere, così alla fine di ogni esperienza non rimane che la memoria della qualità di movimento da sperimentare nella tecnica, nella creatività e nell’improvvisazione.

Il silenzio restituisce alla danza una dimensione che nessuna parola può conferirle, dà voce al corpo e permette una relazione creativa diversa dall’ambito verbale. Se tutto si potesse dire a parole allora non ci sarebbe la necessità di danzare.
Claudio Gasparotto

Tutte le immagini sono di Alice Lisi prese durante la performance Corpo di Memoria in occasione del Finissage della mostra Il Teatro della Memoria con le opere di Mario Fallini e Mirco Marchelli nello spazio performativo della Galleria Primo Piano nell’ambito della Biennale Disegno Rimini | Circuito Open 2018
