Rimini città del corpo intelligente, che crea legami culturali
La città come un grande palcoscenico performativo che coinvolga tutte le espressioni legate al corpo. Un sogno per mettere in scena lo…
La città come un grande palcoscenico performativo che coinvolga tutte le espressioni legate al corpo. Un sogno per mettere in scena lo spettacolo del corpo.
Rimini rappresenta una realtà singolare nel panorama nazionale.
Si è imposta all’opinione pubblica negli anni 80/90 come città dell’eccesso e della trasgressione, tappa imperdibile del divertimento giovanile e, per contro, resiste la sua immagine di città del turismo per le famiglie. È stata conosciuta e propagandata come luogo dell’effimero, ma sappiamo bene — io lo so — che esiste un underground di persone che da anni portano avanti una ricerca profonda e di alto livello qualitativo nel campo dell’arte, dell’educazione, dello studio.
Come conciliare questa schizofrenia, queste due anime apparentemente senza possibilità di dialogo?

La domanda è impegnativa e non credo esista una risposta che non chieda continuamente di essere ridiscussa. Personalmente sono obbligato a cercare nuove risposte per mantenere vivo lo spirito della mia ricerca, che mi costringe a evitare le trappole dell’autoreferezialità e del quieto vivere.
Assistiamo a una commercializzazione del sentimentalismo e a una bulimia culturale che dissocia le persone e non favorisce una reale ricerca, svuotando di senso le relazioni umane. Viviamo in un conformismo individualista che riflette l’inclinazione ad acquisire le esperienze senza lo sforzo di capire nel profondo e di conoscere. È la strada più facile, l’illusione della libertà, l’apparente scorciatoia che soffoca lo spirito di ricerca.

Rimini vive nell’immaginario come città del corpo-icona. C’è una sorta di ossessione del corpo: le palestre, i centri di fitness, senza contare i corsi di ballo da sala, le danze latino americane, le danze esotiche… E ancora le arti marziali, il culturismo, lo yoga, le beauty-farm, i centri estetici e curativi… E poi i corpi dello spettacolo, i corpi della televisione e quelli delle discoteche… Tutta questa multiforme prosperità, molto spesso, favorisce confusione, divisione e dissociazione, sia nel rifiuto che nella dipendenza dai modelli; in ogni caso frustrazione e interruzione del dialogo.
Nello specifico della danza le cose si complicano ulteriormente, considerando che in Italia — e quindi anche a Rimini — manca la circolazione delle idee, la reale condivisione culturale fra le scuole di danza, la danza d’autore e le grandi compagnie. Manca un terreno comune, un obiettivo che, aldilà della specificità degli intenti e dei metodi, colga l’essenza della disciplina e la ponga al servizio della persona.

Un’arte vivente deve essere consapevole dei problemi del proprio tempo, scoprire risposte, creare comunicazione. Fare cultura significa adottare tecniche, metodi e scopi tenendo a mente che nuovi problemi richiedono nuove soluzioni. Fare cultura di danza significa contribuire ad alimentare i valori culturali del nostro tempo (unità mente-corpo, inclusione, condivisione, armonia, comprensione della natura umana biologica e psicologica, conoscenza di base delle relazioni umane) e di conseguenza a sciogliere la confusione intorno al senso e all’utilità della danza.
È importante che la cultura di danza sia inseparabilmente collegata con l’espressione della dignità umana, connessa con gli obiettivi primari della vita, e di riflesso possa nutrire il nostro bisogno di una vita più ricca. Penso che fare cultura oggi significhi interagire con l’educazione, cioè tirare fuori dal corpo/mente tutto lo splendore e la bellezza di cui è portatore.

In altre parole, per contribuire ai più larghi obiettivi dell’educazione, la danza dovrebbe selezionare e includere ogni possibile risorsa emozionale, intellettuale e spirituale, così come fisica, per concorrere allo sviluppo della personalità attraverso l’esperienza consapevole e creativa.
Credo che per fare cultura oggi sia determinante lottare per restituire alla società una danza che sia politica, espressiva, comunicativa e sociale. Una nuova forma di danza — a cui restituire piena dignità di arte — per attuare un’attività della creazione propria dell’essere umano, un bisogno che spinge continuamente l’uomo a dare forma alle sue idee.

Sogno un progetto che possa valorizzare e mettere in comunicazione le potenzialità legate al corpo/mente inteso come strumento di conoscenza, trasmissione di sapere, massima risorsa umana. In questo senso Rimini diventerebbe la città pilota del corpo — il comune denominatore delle varie progettualità artistiche: arte del movimento/danza e teatro, suono/musica e canto, arti visive /pittura, video, installazioni, cinema — , inaugurando così un sistema che coinvolgerebbe totalmente la città, gli abitanti, gli ospiti, in un processo di civilizzazione, di automiglioramento.

I passi da compiere in questa direzione sono:
· intensificare la collaborazione con l’Università proponendo un indirizzo di studi e di ricerca sull’arte del movimento rivolto a tutti coloro che desiderano operare professionalmente in questo ambito (danzatori, attori, musicisti, sportivi, educatori…);
· garantire nella scuola pubblica la formazione di base sull’arte del movimento a tutti i bambini-adolescenti-giovani con o senza disabilità;
· creare un ambito di ricerca per la formazione permanente rivolta anche agli adulti;
· realizzare un centro per le arti dedicato alla formazione professionale per la carriera artistica.

Personalmente penso che il progetto La danza come arte aperta a tutti e l’attività della Scuola di Formazione Metodo Hobart per educatori — come percorso sociale e antropologico — possano concretamente contribuire a questa visione riminese .
Questo costituirebbe un terreno fertile per sostenere la produzione e per formare un pubblico consapevole, coinvolto, partecipe, evitando così il rischio della moda, della discontinuità, del disamoramento, del consumo usa e getta della cultura. Su questo terreno gli eventi, le produzioni, le proposte culturali potrebbero trovare il naturale consenso per una costruttiva capitalizzazione dell’esperienza.

Vorrei concludere questa riflessione con le parole di Robert Henri,
L’arte, quando è veramente compresa,
è la dimensione di ogni essere umano.
Si tratta semplicemente di fare bene ogni cosa.
Non è qualcosa di estraneo o in aggiunta.
Claudio Gasparotto
