IO DANZERÓ
Loïe Fuller con la sua arte del corpo evocatore di simboli e sogni e la sua Serpentine Dance immortalata nel 1897 dai Fratelli Lumiére, pur…
Loïe Fuller con la sua arte del corpo evocatore di simboli e sogni e la sua Serpentine Dance immortalata nel 1897 dai Fratelli Lumiére, pur non avendo mai studiato danza fu, con Isadora Duncan e Ruth St. Denis, una delle pioniere della modern dance statunitense — artefice di una nuova idea di balletto — basata sugli effetti combinati del movimento del corpo con stoffe e luci colorate.

La sua danza è un teatro di immagini e di musica, che sposta le modalità del teatro e della danza verso quelle filmiche. I protagonisti assoluti dei suoi spettacoli sono il ritmo e soprattutto la luce.

La nuova concezione della sua danza colpì in profondità l’immaginario parigino e Loïe divenne in breve tempo uno dei punti di riferimento artistico-culturali della Belle Époque, influenzando anche l’Art Nouveau come testimoniano i ritratti del grande pittore Toulouse-Lautrec. Secondo Mallarmé la sua danza è una eccellente metafora della poesia simbolista, infatti la passione dei simbolisti per lei era incondizionata.

Io danzerò vorrebbe essere un documentario e, apparentemente, segue un percorso da biopic classico. In realtà procede lungo la linea del genere senza mai inventare nulla.
Il risultato è un romanzo che diventa un imbarazzante feuilleton e la danza, il modo di rappresentarla al cinema, contribuisce alla fastidiosa retorica estetizzante che non apparteneva davvero a quella rivoluzione culturale che ha segnato l’arte del novecento.

L’idea di scegliere la Soko a interpretare Loïe Fuller la trovo indovinata per la felice combinazione di timidezza e impeto, ferrea volontà e fragilità, riserbo e sfrontatezza.

Il film di Stéphanie Di Giusto è una regia d’esordio con un cast molto ricco ma non sempre felice: alla Fuller la regista ha contrapposto un personaggio del tutto inventato, Louis Dorsay, una sorta di vittima sacrificale, dal momento che Loïe era omosessuale. Lily-Rose Depp invece presta il suo volto e il suo corpo inadeguato a Isadora Duncan trasformandola in una opaca comparsa del mito della nuova danza.

La messinscena è acerba e l’andamento narrativo focalizza la cinepresa sulla facile sensualità dei protagonisti perdendo così di vista la responsabilità di far conoscere nella maniera migliore il segno della nuova danza portatore di determinazione e genialità femminile che meritano di essere valorizzate per quello che realmente sono.
Claudio Gasparotto
